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L’anima, o caro, si cura con certi incantesimi, e questi incantesimi sono i discorsi belli.

Platone

Accade talvolta che la conoscenza (la pratica clinica e la ricerca), anche nel campo della psicologia, debbono concedersi, qualche azzardo e rischio concreto, ossia perdere la certezza del fare e il carattere di esposizione compita di una tesi tentando sentieri insicuri (Piro 2006).

 

«La ragione dice la verità? No, la ragione non dice la verità. La verità abita il sacro. Una cosa è se stessa ma anche altro. Lo sanno bene i bambini, che non sono arrivati all'Età della ragione, i quali utilizzano le cose secondo la molteplicità di accezioni, di significati per cui i bambini vanno continuamente curati, perché non essendo arrivati all'età della ragione non stanno al principio di non contraddizione. Non dicono il bicchiere è il bicchiere e non altro, il bicchiere diventa tante cose anche pericolose»[1].

 

In genere  la pratica della cura o della ricerca[2]  nel campo psicologico/antropico è, in primo luogo, decisione di non separare il mondo interiore  o della coscienza riflettente  da quello del paziente o allievo (“il mondo “altro”) ossia decisione di non separare ciò che accade, nel corso del tempo, a livello umano (intrapsichico), da quello degli eventi naturali, di considerarli, in special modo nella pratica, come un vortice legato al mutare della natura e degli strumenti conoscitivi[3].

 

«Il cerchio della sofferenza, in quanto esperienza di una limitazione radicale, è anche esperienza del limite e soprattutto della propria limitazione: la sofferenza è dunque una modalità classica tramite cui si fa esperienza della propria individualità e si conosce l’individuazione come principio e forma dell’esistere e del morire»[4].

 

Si può intuire che la cura non dipende solo dal nostro lavoro ma dal mondo in cui viviamo,  dal modo in cui trasformiamo il mondo o dal modo in cui il mondo si presenta a noi e ci viene consegnato[5]. La persona "abita il mondo e il mondo  abita le persone". L’attuale problema è che nessuno sembra interessato a cogliere il mutamento epocale della tecnica in ogni settore (dalla medicina alle nuove tecnologie) e di come il mutamento sociale e ambientale influenzi il nostro vivere quotidiano  condizionando le nostre decisioni. Appare chiaro, tuttavia,  che le prassi della cura e della ricerca (non solo tecnologica)  si adattino al loro tempo e che si possa curare ogni tipo o forma di disagio in tanti modi,  oltre le nostre idee e limitate capacità. Oggi abbiamo, più che mai, bisogno di  "adoperare" e valorizzare ciò che il mondo della scienza ci offre tenendo presente il valore "etico". Oggi possiamo affermare  che  un altro modo  di curare è possibile.

 

«I prodotti della ricerca in campo di «scienze umane»  sono immersi nel «travaglio del linguaggio» e della parola, del divenire dei linguaggi e nel mescolarsi e modificarsi continuo e costante dei sistemi doxico-ideologici o credenze. Essi vivono, se vivono, proprio della loro intrinseca contraddittorietà sospesi come sono tra la parola e le prassi e il rinvio palpitante, disperato e continuo ad azioni nel mondo»[6].

 

Ogni pratica sociale, ogni impegno scientifico contro la sofferenza fisica e psicologica contro l’esclusione o l'emarginazione si presenta come una ricerca sull’accadere umano che muta nel tempo: ogni operatore medico, tecnico della «psiche», volontario, cittadino, che attivamente svolga un’azione positiva su un’altra persona,  conduce una ricerca su se stesso oltre che sugli altri. Ogni operatore o ricercatore della cura deve tener presente che nessuna tecnica o prassi è immortale ed immune a modifiche interne. In un mondo complesso, come l’attuale,  ogni prassi di cura si lega a prassi molteplici fra loro liberamente interferenti: esperienza antropica e pratica sociale allargata, insegnamento, cura, rilancio alla vita, attività artistica, auto-esperienza (esperienza interiore e crisi personale), esperimento scientifico (Piro 2006).  Nel campo delle scienze della natura  lo strumento osservazionale è costituito da oggetti costruiti dall’uomo (oggetti, sistemi meccanici, ottici, elettronici, etc., nonché ogni genere di strutture euristiche e formali, etc.), mentre nelle scienze antropologiche o della psiche lo strumento di lavoro sembra esser dato e costituito dalla «presenza umana» intesa come una complessissima trama dinamica di ogni sorta di segnali,  processo linguistico e di riflessione della coscienza.

 

«Tuttavia unitari rimangono, in entrambi i casi, il punto di partenza e il punto di arrivo del processo conoscitivo: la protensione  iniziale del ricercare (il progetto) e l’inserimento dei dati in quadri di senso generale, di orizzonte, di visione del mondo e del sapere.…Anche nelle scienze naturali infatti, lo strumento conoscitivo è linguistico, sia nella protensione iniziale a quella ricerca o a quel determinato evento mirato, sia nell’interpretazione generale finale (di significato, di connessione, di senso, etc.), discostandosene invece nell’apparato oggettivo strumentale ed euristico intermedio; le datità comuni – nel senso generale – riaccostano (necessariamente) i due modi del conoscere»[7].

Ma in merito ai pazienti, al di là degli aspetti legati agli strumenti di conoscenza, del linguaggio e di lavoro emotizionale in campo psicologico esiste ancora, per molte persone, il rischio persistente di abbandono, di esclusione, di marginalizzazione (o nuove marginalizzazioni) conseguenza di risposte mancate e frammentarie, della distanza tra servizi e cittadini che in molti luoghi rendono incerto l’accesso alle possibilità concrete di ripresa e di guarigione.

Ogni forma di cura non può che porsi come antagonizzazione della reclusione, dell’espropriazione culturale, rifiuto dell’accettazione dogmatica di quanto è stato prodotto nel sapere.

Per cura si può intendere anche il tentativo di riposizionarsi nella vita, nel superamento degli steccati (culturali, sociali, lavorativi, ecc.), ritorno alla partecipazione popolare, slancio emotivo e conoscitivo[8].

Ogni cura orientata in senso "Antropologico-trasformazionale" (Piro S.) si declina come processo auto-trasformazionale, per la compresenza pratica di partecipazione, e come processo eterotrasformazionale

per la potenza dell’azione sintelica e della presenza dell’altro.

Ma la distinzione fra processi auto-trasformazionali e processi etero-trasformazionali è puramente formale : in realtà ogni trasformazione umana, anche apparentemente sponteanea, è legata a ogni altra presenza antropica nel campo e dipende da ogni altro evento antropico.

Tutti i processi sono etero-trasformazionali: in senso pratico s’intende per «auto-trasformazionale» l’etero-trasformazionalità spontanea, inerente all’accadere dell’accadere plurimo nella distanza da altre presenze campali, mentre si dice etero-trasformazionale in senso stretto l’azione trasformazionale protensiva, agita intenzionalmente da attori, e includente dunque l’insegnamento, la terapia psicologica, le azioni agogiche[9].

 

In ogni campo del sapere la “grande lezione” , immersa nel campo degli accadimenti storici, richiede un costante aggiornamento delle prassi  e il desiderio di intervenire sulle situazioni di limite e danno umano [10].

Bibliografia

AA. VV. Prassi trasformazionali in campo di esclusione antropica (rapporto conclusivo a cura di Antonio Mancini), La città del Sole, Napoli, 2006, p.391.

Errico G. Le dimensioni molteplici della pratica sociale, La città del sole, Napoli, 2005.

Fagioli M., L’idea della nascita umana. Lezioni 2010, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2015

Freud S., Introduzione alla psicanalisi. Prima e seconda serie di Lezioni, Boringhieri, Milano,  1978

Galimberti U.,  Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano, 1991.

Galimberti U., Milano 18 novembre 2012 Discorso del prof. Umberto Galimberti sul libro:Cristianesimo, La Religione Dal Cielo Vuoto.

Mancini A. Le dimensioni dell'Accadere, ESI, Napoli, 1998.

Natoli S., L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale, Feltrinelli, Milano, II ed., 2004, p.19.

Piro S.,  Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale, La città del sole, Napoli.

Note 

[1] Galimberti U., Milano 18 novembre 2012 Discorso del prof. Umberto Galimberti sul libro:Cristianesimo, La Religione Dal Cielo Vuoto.

[2] Per chi scrive tali aspetti si confondono e si mescolano continuamente negli orizzonti epocali.

[3] Il mutare dell’uomo e il mutare della natura (mutare della vita), degli strumenti umani e delle prassi si pongono su un'unica linea evolutiva, su un unico orizzonte conoscitivo ed emotivo.

[4] Natoli S., L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale, Feltrinelli, Milano, II ed., 2004, p.19.

[5] Occorre rilanciare le prassi oltre i confini,  potenziare la creatività degli operatori, scoprire il «fattore territorio» inteso come campo di costruzione di legami sociali. Non occorre inventare altre “istituzioni” capaci di garantire pseudo-cure.

Le risorse devono essere in grado di reggere alle nuove scommesse: la “presa in carico”, la continuità delle cure, il sostegno alla famiglia, i percorsi di formazione e di inserimento lavorativo, la  cooperazione sociale, il sostegno a tutte le forme dell’abitare. I percorsi di guarigione. In questi anni è stato possibile dimostrare che “il folle” può essere curato in un altro modo. Ora, lì dove davvero si coltiva il valore della relazione, la bellezza degli spazi e degli oggetti, la qualità dei lavori e delle produzioni dimostrano che è possibile curare senza contenzioni, con le porte aperte, con programmi riabilitativi personalizzati, con percorsi di formazione e di inserimento lavorativi reali, con il coinvolgimento nel lavoro terapeutico dei familiari, con il sostegno puntuale, anche economico, della vita quotidiana, con la possibilità per le persone di abitare diverse e plurali identità. E’ sempre aperta la possibilità di guarire.

[6] AA. VV. Prassi trasformazionali in campo di esclusione antropica (rapporto conclusivo a cura di Antonio Mancini), La città del Sole, Napoli, 2006, p.391.

[7] Piro S.,  Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale, La città del sole, Napoli, p.39.

[8] Mancini A.2002.

[9] Piro S., op.cit, p.559.

[10] Si ricorda Franco Basaglia nell’ospedale psichiatrico a Gorizia e Sergio Piro a Materdomini, in provincia di Salerno, la loro riforma che avviò, a partire dai primi anni ’60, una stagione di straordinari cambiamenti. Era il 1968 quando il governo di centro sinistra sulla spinta di quelle esperienze varò la “legge Mariotti”, che omologava  il manicomio all’ospedale civile, introduceva il ricovero volontario, avviava un processo di radicale cambiamento legislativo che si concluderà dieci anni dopo. Il cambiamento era sostenuto da scelte di campo e pratiche concrete. Le  porte aperte, il lavoro sul territorio con artisti e familiari, la parola restituita, l’ingresso nel mondo reale animarono la paziente “lunga marcia attraverso le istituzioni” che quella impensabile apertura aveva tumultuosamente avviato.

 

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