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Il dolore interiore - afferma il filosofo Salvatore Natoli  ("L'esperienza del dolore")   è quanto di più proprio, individuale e intrasferibile possa darsi nella vita degli uomini:  nello stesso tempo non è un'esperienza così immediata e diretta come a prima vista potrebbe sembrare. Ogni sensazione di dolore umano  vissuto cerca dei significati. I significati che si rincorrono (in genere: percè è accaduto proprio a me?) permettono a chi soffre di vivere (o contenere) il proprio dolore, perché gli permettono di raccontarlo a qualcuno e anche di affidarsi. Infatti nessuna  persona  potrebbe vivere la sofferenza intensamente e sopravvivere ad essa, se non riuscisse ad attribuirvi un senso, un significato anche mistico,  religioso, trascendentale, profondo.

Esistono quindi - oltre i vissuti emotivi individuali (e lo smarrimento) tentativi di ricerca di significati per vivere, "scenari di senso" entro i quali il dolore stesso viene accolto (o rifiutato), giustificato e compreso. Tragedia, smarrimento e redenzione costituiscono le  grandi scene umane entro cui la storia umana, il tempo e l'occidente ha sperimentato il dolore.

Queste visioni del dolore  si sono mescolate e, a volte, neutralizzate. L'esperienza del dolore individuale nella società contemporanea non dispone più di una "bussola" basata su antichi principi, sull'integralità della tradizione, sull'ascolto del dolore e la condivisione della sofferenza profonda.

L'uomo contemporaneo si pone tra smarrimento, incertezze e i rischi del futuro. In questa nuova scena si vive oggi il dolore. 

La sofferenza spesso ci inchioda e ci impedisce di reagire alle circostanze ambientali, al tempo.  Vi sono eventi che quando irrompono nela vita lacerano la parola e il corpo, la comunicazione, la relazione umana, il linguaggio, si collocano al di sotto e al di sopra di esso. 

Ed è qui che lo smarrimento appare raggiungere l'apice, quando cioè non si riesce a dire ma si rimane nel silenzio. Le parole finiscono per cadere nel vuoto, per essere di troppo perché vane e superflue; e nel contempo paiono sempre troppo poche, non raggiungono mai l'altro, il loro fine (ovvero di voler dire ciò che si prova "dentro"). Tuttavia, chi soffre aspetta, quasi sempre,  che il dolore si allontani, la parola che salva, che aiuti, che accolga il dolore stesso: il dolore (anche quello più disperato e impossibile da vivere, da patire) diviene sostenibile se diviene, in qualche  modo, dicibile, quando arriva all'altro, ad un'altra persona. Perché, nonostante la profondità della psiche, esiste un linguaggio della sofferenza (una scrittura, un dire, "un corpo che soffre"), ma è reperibile solo nei modi e nelle forme con cui si strutturano le società, le culture e quindi le sensibilità di ciascuno di noi. La riflessione sulla sofferenza ci conduce al nesso tra linguaggio interiore e culture dell'accoglienza (chi ascolta e accoglie il dolore?).

Ora, persone diverse che vivono in luoghi e società diverse possono essere colpiti dagli stessi mali, patire i medesimi danni; ma l’essere colpiti dagli stessi mali non vuol dire che si soffre allo stesso modo: se il senso che si conferisce al dolore è diverso, diverso è anche il vissuto delle persone, a seconda delle loro diverse capacità, livello culturale,  convinzioni, fede e credenze. 

Sia la fede che la scienza (della cura) hanno fornito alle persone una cammino, una cornice alle spiegazioni del dolore; hanno permesso di  rendere il dolore sopportabile, di sostenere meglio la  sofferenza individuale perché in qualche modo l'hanno motivava, evitando che la vita fosse vissuta come puro spreco. Tutto ciò ha funzionato e continua a funzionare tra persone e persone.

Con la tecnica, poi, il mondo umano ha potuto intervenire sulla natura e, conoscendone le forze, ha potuto giocare contro di essa e a suo vantaggio. 

La scienza, nonostante i suoi progressi, ha prolungato la vita ma, almeno finora, non ha annullato la sofferenza. Non sempre si vive in condizioni di benessere o si è capaci di evitare il dolore. Anche se  i successi della tecnica hanno innalzano le aspettative di vivere felici; ma quanto più queste sono elevate, tanto più forti sono le delusioni (la tecnica appare nelle condizioni di lenire il dolore e in molti casi addirittura di eliminarlo). 

Oggi viviamo in una società che ha paura del tempo,  del "pensionamento mentale", del trapasso dalla giovinezza alla vecchiaia. Una realtà vivente che nasconde la morte. Un tempo, nelle società rurali o anche cittadine, ma non ancora metropolitane, la morte era un fatto pubblico: era uno stringersi insieme per colmare un vuoto, per ritessere con rafforzati legami la trama interrotta della vita. Oggi la morte è rimossa mentre la società è divenuta società del fitness (capace di mostrare sempre immagini di vita giovane e bella quasi non si dovesse mai morire). Si è così esorcizzata la sofferenza con un nuovo prodotto e un immaginario di bellezza che per essere persuasivo deve far scomparire ogni minimo segno del soffrire.

Di contro, la morte (in Tv) viene esibita senza alcun pudore e con il massimo di volgarità.

L’intimità umana esige e impone rispetto anche nel dolore vissuto.

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